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Edizioni Sonda

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Nonno Alberto

Ieri sono venuti a trovarci i nonni. Sono arrivati in treno alla stazione di Porta Susa e sono andato ad aspettarli con mio padre.
“Potevo venire a prendervi in auto a Chambave” ha detto loro mio padre.
“Mi reggo ancora bene sulle mie gambe e un viaggio in treno di un’ora e mezza circa non è poi una gran pena” gli ha risposto il nonno.
In realtà mio nonno non viene molto volentieri a Torino. Preferisce che siamo noi ad andare a trovarlo a Chambave, in Valle d’Aosta, dove coltiva il suo ettaro di uva moscato da quando è in pensione, cioè da almeno vent’anni.
Al suo piccolo vigneto dedica una cura meticolosa. Tanto che la nonna non perde occasione di dire: “Io per lui conto meno della sua uva”.
Ma il nonno precisa: “Non è vero, siete due cose diverse”.
Comunque è orgogliosissimo del suo vigneto.
“E’ esposto a sud, su un bel rialzo, e si prende tutto il sole disponibile durante la giornata” mi ricorda. “Perciò l’uva matura bene e se ne può fare un ottimo vino”.
“Quando hai imparato a fare il contadino, nonno?”
“Quando sono andato in pensione e mi sono procurato quel pezzo di terreno da un amico che voleva disfarsene. Mi ha dato delle belle lezioni di agraria e adesso sul terreno e sulla vigna ne so più di un viticultore e di un enologo. Potrei dare anche delle lezioni a scuola, se mi invitassero”.
Oggi ha voluto che andassimo in giro da soli, io e lui, per Torino.
“Dovete proprio ripartire stasera?” gli ho chiesto mentre passeggiavamo in piazza Castello.
“Sì, non vogliamo strapazzare troppo tua madre. Hai visto che lei e tuo padre sono andati a dormire nel salotto, uno sul divano e l’altra su una branda, per lasciare il letto matrimoniale a me e a tua nonna?”
“Lo hanno fatto volentieri”.
“Lo so, ma non bisogna approfittarne. Sono venuto più che altro per accontentare tua nonna. Desiderava incontrare tuo padre. Erano passati molti mesi dall’ultima volta che l’aveva visto e aveva un po’ di nostalgia. Certe volte lo considera ancora un bambino. Sin da piccolo gli ha voluto un gran bene”.
“E tu, non gliene volevi nonno?”
“Certo che gliene volevo. Ma io gli insegnavo a diventare forte,  indipendente, sicuro. Lei, invece, lo trattava sempre da piccolo”.
“Allora credo che papà abbia seguito l’esempio di tutti e due”.
“Come fai a dirlo?”
“Che sia forte e sicuro lo capiscono tutti. Anche mia mamma, che gli chiede consigli su tutto. Ma dev’essere rimasto anche un po’ bambino, perché altrimenti non scriverebbe libri in cui parla con tanta semplicità di bambini e di ragazzi. Non lo dico io, ma quelli che leggono i suoi libri. Vedessi quante lettere riceve. Alcune me le fa leggere”.
“Dev’essere così. Credi di conoscere proprio bene tuo padre, Antonio?”.
“Forse è lui che conosce meglio me. Comunque parliamo tanto, nonno”.
“Lo facevo anch’io con lui. Ma certo non mi sarei mai aspettato che il figlio di un postino diventasse uno scrittore un giorno. Non mi ha mai spiegato bene come gli è venuta questa idea di dedicarsi a scrivere storie per professione”.
“Mio padre è innamorato delle parole”.
“Più di quanto è innamorato di tua mamma?”
“Sono due cose diverse”.
Il nonno è scoppiato a ridere.
“Sei un bel tipo, Antonio. Promettimi che questa estate verrai a passare un paio di settimane da noi, prima di andare in vacanza con i tuoi genitori. Gli ultimi giorni di luglio sono quelli ideali. L’uva sarà già buona da mangiare e andremo a trovare un amico che abita a Chamois. Ci sei mai stato?”
“No”.
“Con le auto non ci si arriva. Bisogna prendere la funivia. Ci stai?”
“Ci sto”.
“Bene, adesso andiamo a sbafarci un gelato in piazza san Carlo. Ne ho proprio una gran voglia”.

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