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Edizioni Sonda

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Posso sedermi?

Ieri, sabato, mio padre è andato a Milano, per parlare con uno degli editori dei suoi libri.
“Ti va di venire con me?” mi ha chiesto.
Ormai sono a posto con le ultime interrogazioni e gli ho risposto di sì.
Mi piace uscire con lui e a Milano non eravamo mai andati insieme.
“Mi basterà un’oretta per firmare un nuovo contratto” mi ha detto. “Poi facciamo un giro in centro, pranziamo in un ristorante che conosco e rientriamo a Torino in tempo per accompagnare tua mamma a fare la spesa”.
Ovviamente a Milano siamo andati in treno. Mio padre non usa mai l’auto per i suoi viaggi. Ci abbiamo messo appena un’ora per arrivare, partendo dalla nuova stazione di Porta Susa.
Mentre lui parlava con l’editore, io sono rimasto a chiacchierare con la segretaria.
“Lavora anche di sabato?” le ho chiesto.
“Sì, ma mi pagano lo straordinario. Dato che ne ho bisogno, non dico mai di no. Almeno finché la pancia non si arrotonderà. Sono incinta, anche se ancora non si vede. Vuoi sapere se nascerà un maschio o una femmina? Non posso dirtelo, non lo so nemmeno io, e non sono sicura di volerlo sapere prima che nasca. Tu che cosa preferiresti, un lui o una lei?”
Ho preferito non sbilanciarmi e le ho chiesto: “Lei cosa preferirebbe?”
“Prenderò quello che viene, ma certo una femmina non mi dispiacerebbe. Se fosse come me, per lei sarebbe una fortuna. Io sono una donna forte, sai? So quello che voglio e ottengo quello che mi propongo. Può sembrarti che faccia un lavoro modesto e che mi sia accontentata di poco nella vita. Be’, ti sbagli. Il mio capo, senza di me, non andrebbe da nessuna parte. Mi tiene in palma di mano e a volte mi porta con sé nei suoi viaggi all’estero”.
“Suo marito è d’accordo?”
“Si capisce, porto a casa degli extra sostanziosi e sa che può fidarsi di me. Gli voglio troppo bene per tradirlo. Comunque fra cinque mesi andrò in maternità e dovrò sospendere lavoro, viaggi e tutto”.
“Si licenzierà?”
“Stai scherzando? Il mio capo non si priverebbe mai di una come me. Starò via solo il tempo necessario. Sto pensando di portarmi il pupo in ufficio e di allattarlo qui. Potrò farlo senza problemi. Te l’ho detto, io sono una colonna qui dentro, un muro portante della società. Non dico che senza di me tutto crolla, ma quasi. Ho un’esperienza invidiabile e, quando è necessario, la faccio pesare. Sto molto attenta, per fare un esempio, a chiedere gli aumenti giusti. Specie adesso. Voglio che mio figlio, o mia figlia, possa permettersi parecchie cose in futuro”.
Al termine del colloquio, l’editore ha voluto conoscermi, mi ha detto che mio padre è per lui prima di tutto un amico e che i suoi libri sono letti in anticipo dai suoi nipoti.
Poi ha salutato con un abbraccio la segretaria.
“Vai pure, Donatella, e grazie per essere rimasta fino a quest’ora”.
Donatella ha preso il tram con noi. Prima di salire, però, si è appuntata una spilla sul petto.
Era rotonda e riportava la silhouette di una donna incinta che si toccava la pancia e dalla cui bocca uscivano come un fumetto queste parole: “Posso sedermi?”
“E’ la prima volta che ne vedo una” ha osservato mio padre.
“E’ una iniziativa del comune di Milano” ha sorriso Donatella. “Se i passeggeri si distraggono, o fanno finta di non vedere, con questa spilla gli ricordiamo che chi aspetta un figlio qualche diritto in più ce l’ha. Arrivederci signor Petrini. Ciao…Toh, non ti ho nemmeno chiesto come ti chiami”.
“Antonio”.
“Ciao, Antonio. E stai tranquillo, non ti chiederò mai se da grande vorrai fare il mestiere di tuo padre. E’ una domanda così inutile e scontata. Chissà quanti te l’avranno fatta”.
Donatella è scesa in piazza Duomo e noi siamo andati a pranzare.

 


La serie del piccolo Antonio di Angelo Petrosino

La serie di Antonio

 

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