Dialogo con Ed Winters sul suo ultimo libro, sul valore del dialogo e sulla gentilezza.
Di Alessandra Stio
Lo scorso 27 aprile, al ristorante “Apriti Sesamo” di Parma, ho avuto la bellissima occasione di fare una lunga chiacchierata con Ed Winters sul suo ultimo libro, Come diventare e… restare vegan. Seguendolo sui suoi canali social ormai da anni, sapevo che mi sarei trovata davanti una persona estremamente gentile, ed è proprio la stessa gentilezza che lo caratterizza la primissima cosa che mi ha colpita di questo libro. Più di una volta, infatti, sfogliandone le pagine mi sono chiesta come faccia a rimanere sempre così calmo e pacato durante i dibattiti e dove trovi l’energia per portare avanti la causa con tanta dedizione senza perdere mai la speranza. A queste ed altre domande Ed ha risposto, in una conversazione ricca di spunti di riflessione e consigli illuminanti.
Per il lavoro che svolgi devi tenerti sempre informato sulle condizioni in cui vivono gli animali. Come fai a mantenere un atteggiamento sempre così positivo e a non farti scoraggiare, nonostante tutti i maltrattamenti e gli abusi di cui sei a conoscenza?
Ovviamente è molto difficile. Informarsi ed essere consapevoli degli abusi che gli animali subiscono ogni giorno, in tutto il mondo, provoca un dolore costante, ed è assolutamente normale che ciò ci faccia sentire arrabbiati, frustrati e tristi. D’altro canto, voglio davvero aiutare gli animali, e farlo nella maniera più efficace possibile. Perciò penso che parlare alle persone con gentilezza, mente aperta ed empatia sia molto meglio che arrabbiarsi e puntare il dito contro di loro. Tra l’altro, è fondamentale tenere a mente che il veganismo non è una questione di “buoni contro cattivi”. Dopotutto, tutti sono contrari al maltrattamento degli animali, solo che non tutti si rendono conto che alcune delle scelte quotidiane che facciamo vanno, in realtà, proprio in quella direzione. Penso che sostenere il veganismo significhi dialogare insieme per scoprire che in realtà concordiamo su più punti di quanto pensiamo.
Eppure, avere queste conversazioni spesso è difficile. Alcuni sembrano impegnarsi per cercare delle falle nella filosofia delle persone vegane. Per non parlare del fatto che la società della performance, nella quale viviamo, ci chiede di dare sempre il cento per cento e non ammette errori. Come gestire la pressione che deriva da tutto questo?
Una volta stavo partecipando ad una protesta durante un rodeo, e iniziai a parlare di veganismo con un cowboy. Lui immediatamente mi chiese conto delle mie scarpe, dando per scontato che fossero di pelle. Non le aveva neanche guardate, infatti fui io a fargli notare che erano di tela. Allora ribatté “e i sedili della tua macchina? Non sono di pelle quelli?”. Dovetti spiegargli che non ne posseggo una. Stava in tutti i modi cercando di trovare qualcosa che invalidasse le mie idee, come se ciò potesse implicitamente legittimare lo sfruttamento degli animali nei suoi allevamenti. Questi meccanismi si verificano spesso, e in realtà sono tipici di ogni dibattito su temi progressisti, ambientalisti o etici. Penso che sia un po’ ingiusto. È come se le persone ci chiedessero di essere perfetti per poter difendere pubblicamente le nostre idee. E, sia chiaro, non penso che dovremmo semplicemente ignorare le critiche, anzi. C’è sempre spazio per il miglioramento, ed è bene riflettere su cosa possiamo cambiare. Ad esempio, parlare di abbigliamento fast-fashion è assolutamente valido. Ma in che modo il fatto che una persona vegana acquisti vestiti fast-fashion legittima il maltrattamento degli animali? Sono temi importanti, ma uno non giustifica né sminuisce l’altro. Facendo notare queste cose al mio interlocutore, riporto gli animali al centro della conversazione. Tra l’altro, c’è da considerare che in molti casi abbiamo una scelta piuttosto limitata, purtroppo. Pensiamo all’elettricità che entra nelle nostre case. Sarebbe bello poter scegliere facilmente di usare energia pulita e prodotta in modo etico, ma non è così semplice. Essere vegani, invece, è qualcosa su cui possiamo avere il controllo: un cambiamento che possiamo mettere in atto subito. Questo può farci sentire bene, ed infondere un po’ di autostima e soddisfazione che possono aiutarci a combattere la pressione che arriva dall’esterno.
Spesso hai detto che la cosa più difficile per chi è vegano è convivere con il fatto che i propri cari non lo siano, e ne parli anche in un capitolo del libro. Hai avuto anche tu questo genere di difficoltà con le persone della tua vita? Ora come sta andando?
Può capitare che si scelga di diventare vegani e il proprio marito, i propri genitori, o migliori amici decidano di non farlo. Si può avere un intenso legame con una persona, amarla profondamente ed essere convinti che sia fantastica sotto ogni punto di vista, eppure si deve accettare che essa continuerà a finanziare l’industria della carne e a consumare prodotti animali. A volte può essere molto difficile. Immagina di essere a casa per Natale, ti stai godendo la cena con i tuoi cari, ma poi guardi sul tavolo e ci sono parti di animali che stanno venendo consumate. Cosa puoi fare, però? Di certo non è il momento di parlare di veganismo, e rovinare l’atmosfera a tutti sarebbe perfettamente inutile. Ciò non toglie valore ai nostri sentimenti, solo che a volte siamo costretti a tenerceli per noi. Mi ricordo che, anni fa, mia madre era venuta a Londra a trovarmi. Eravamo in un parco, e mi disse “sai, ho portato dei panini col prosciutto. Un nostro parente mi ha suggerito di mangiarli davanti a te”. Quell’episodio è rimasto nella mia testa da allora. Per quale motivo qualcuno dovrebbe mangiare del prosciutto davanti ad una persona vegana? È uno scherzo crudele, se ci pensate. Eppure conosco bene la persona che disse quella cosa, e non è affatto crudele. È questo il tipo di contraddizioni con le quali ci tocca convivere a volte. È passato molto tempo da quel giorno. La mia famiglia non è ancora vegana, però il loro atteggiamento è un po’ cambiato. Ogni tanto mio padre mi chiama per dirmi che è fiero di me, il che mi lascia comunque un po’ l’amaro in bocca. È come se mi dicesse “sono fiero per ciò che fai, ma non ci credo fino in fondo”. Mi sa che per me sarà sempre più facile avere un dibattito col proprietario di un caseificio che con i miei genitori! Però devo dire che, pian piano, diventa tutto un po’ più semplice, si acquisisce più fiducia in sé stessi e si diventa anche più ottimisti.
C’è una parte del tuo libro nella quale racconti che, se potessi tornare indietro nel tempo a quando hai iniziato a dedicarti all’attivismo, faresti alcune cose diversamente. Cosa cambieresti e quali consigli daresti a chi oggi vorrebbe intraprendere il tuo stesso percorso?
Spesso ci carichiamo di così tante aspettative da dimenticarci che le uniche azioni delle quali siamo responsabili sono le nostre. All’inizio pensavo che il mio lavoro fosse convincere le persone a diventare vegane. Solo successivamente ho capito che questo non era un risultato che potevo ottenere nello spazio di un dibattito. Nessuno di noi è diventato vegano perché ce l’ha detto qualcun altro: è sempre il frutto di un ragionamento personale. Adesso il mio obiettivo è dare alle persone l’occasione di farsi un’idea più positiva sul veganismo e spiegare che diventare vegani non significa privarsi di qualcosa ma trasformare il nostro sguardo sul mondo, per intraprendere un modo di vivere che sia più coerente con quello in cui crediamo. Inoltre, mi facevo prendere dal senso di colpa se non ero costantemente impegnato nella causa, e questo mi ha portato a perdere di vista tante altre cose che, semplicemente, mi rendevano “me”, come le mie passioni e i miei interessi. Neanche questo è un approccio sano. Tra l’altro, penso che a volte la cosa più efficace che possiamo fare sia vivere la nostra vita nel modo più normale possibile, dimostrando così quanto essere vegani sia semplice e accessibile. Perciò, ecco cosa funziona davvero: siate gentili l’uno con l’altro e con voi stessi, lasciate perdere il senso di colpa e prendetevi cura di tutto ciò che vi nutre come persone.


